Il mio incontro con l’Ayurveda non è nato per caso né per moda, ma da un’intuizione molto concreta che ha iniziato a farsi spazio mentre studiavo la dieta low FODMAP per creare le mie ricette.
A un certo punto ho notato qualcosa che mi ha fatto drizzare le antenne: molti degli alimenti sconsigliati a chi ha una predominanza di Vata dosha, quindi a chi tende ad avere un intestino un po’ instabile, sensibile, facilmente irritabile, coincidevano con alimenti ricchi di FODMAP. Cavoli, broccoli, aglio, cipolla... tutti protagonisti anche dei protocolli per chi ha un intestino “incazzuso”.
Da lì è partita la curiosità.
Io arrivavo già da un percorso di studi in Indologia, quindi la filosofia indiana mi era familiare, mentre l’Ayurveda lo conoscevo ancora poco. Più leggevo, più mi rendevo conto che c’era un filo sottile ma solidissimo che collegava tutto: corpo, mente, abitudini, ritmo della giornata.
La parola Ayurveda deriva dal sanscrito: ayus, vita, e veda, conoscenza. È la “conoscenza della vita”, un sistema antico che osserva l’essere umano nella sua totalità e che lavora giorno dopo giorno sull’equilibrio e la salute. E a proposito di salute. Il termine che si usa in sanscrito per indicare questo stato di benessere è una parola che amo profondamente: Svastha, che letteralmente significa “dimorare nel Sé”.
Non è un punto di arrivo né l'assenza di sintomi. È un equilibrio dinamico tra il nostro corpo e la nostra mente, tra noi e la natura, tra ciò che siamo e il mondo in cui viviamo. Quando ho letto questa definizione per la prima volta, ho pensato che avrebbe ribaltato completamente il mio punto di vista. Avevo passato anni a chiedermi cosa non andasse invece di chiedermi cosa mi avrebbe fatto stare bene.
Il puzzle: il cibo è solo una tessera
Quando si parla di intestino si tende a pensare subito al cibo, a cosa mangiare e cosa evitare, a quale alimento gonfia e quale no, e questa è sicuramente una parte importante del lavoro, una tessera fondamentale del puzzle. Ma non è tutto.
Con il tempo, osservando me stessa e gli altri, ho iniziato a vedere il quadro più grande: il sonno, lo stress, il modo in cui mangiamo, le relazioni, i pensieri che coltiviamo ogni giorno, tutto questo arriva all’intestino in modo diretto, fisico, biochimico.
Un intestino “incazzuso”, come lo definisco scherzosamente io, non reagisce solo a quello che metti nel piatto, ma anche a come vivi.
Il Dinacharya: la routine che calma il sistema nervoso
Se c'è una cosa che l'Ayurveda mi ha insegnato con chiarezza è questa: il corpo è abitudinario. Funziona con ritmi, con cicli, con ripetizioni. E il sistema nervoso, in particolare, ama sapere cosa lo aspetta.
Molti di noi con problemi intestinali vivono in uno stato di allerta cronico senza nemmeno accorgersene. Il sistema nervoso è sempre in modalità lotta o fuga, sempre in attesa di qualcosa di imprevisto. E quando siamo in questo stato, l’intestino, che è direttamente connesso al cervello attraverso il nervo vago, ne risente in modo immediato.
Una delle pratiche ayurvediche che ho trovato più utili per questo è stata, paradossalmente, la più semplice: la routine. Detta in sanscrito dinacharya, la routine quotidiana ayurvedica non è un mero elenco di cose da fare ogni mattina per sentirsi virtuosi ma soprattutto un segnale che mandiamo al sistema nervoso: va tutto bene, so cosa succederà dopo, non c'è pericolo, posso rilassarmi.
E quando il corpo è rilassato, l'intestino funziona mooolto meglio!
Quando le giornate sono caotiche, quando si mangia a orari sempre diversi, quando si vive di corsa, il sistema nervoso invece resta attivo, teso, pronto a reagire, e l’intestino segue quella stessa tensione.
Il mattino: educare il corpo alla regolarità
La mattina è il momento in cui si impostano le fondamenta della giornata. E la regolarità non nasce per magia, si costruisce.
Esporsi alla luce naturale, bere acqua calda o tiepida, muoversi anche solo per pochi minuti, ripetere ogni giorno gli stessi passaggi nello stesso ordine educa letteralmente l’organismo, che a un certo punto inizia a fare da solo.
All’interno di questa routine trovano spazio anche pratiche ayurvediche semplici ma potenti, come l’oil pulling o l’uso del nettalingua, e gesti apparentemente banali come massaggiare il corpo con un olio o una crema idratante, che creano una connessione diretta tra mente e corpo e attivano il sistema nervoso parasimpatico, quello che ci porta in uno stato di calma.
Alimentazione e ritmo: nutrirsi in modo consapevole
In Ayurveda esiste un concetto fondamentale: Agni, il fuoco digestivo. Non è solo la capacità di digerire il cibo, ma quella forza vitale che trasforma tutto ciò che assimiliamo, comprese esperienze, emozioni e informazioni.
Ecco di seguito alcune abitudini che ho imparato e che hanno fatto la differenza per me:
Mangiare caldo e cotto. Lo so, in estate sembra assurdo. Ma il cibo caldo è più facile da digerire: richiede meno lavoro all'apparato digestivo, che è già impegnato. Penso sempre alla pasta con i tenerumi che si mangia in Sicilia, bella calda anche ad agosto!
Il pranzo come pasto principale. A mezzogiorno Agni è al suo picco. È il momento giusto per il pasto più consistente, non la sera quando il fuoco digestivo si sta spegnendo e tra poco andremo a letto.
Masticare bene e a lungo. La digestione comincia in bocca. La saliva contiene enzimi che iniziano a scomporre il cibo ancor prima che arrivi allo stomaco. Se inghiottiamo tutto in fretta, carichiamo di lavoro extra un sistema che fatica già.
Ascoltare i segnali del corpo. Questo vale per la fame, per la sete, ma anche per bisogni più immediati. Il libro di Giulia Enders L'intestino felice lo dice con parole simili: se ignoriamo continuamente i segnali che il corpo ci manda, a lungo andare smette di mandarceli. L'Ayurveda lo sa da secoli.
Quello che ho capito, dopo anni
Studiare l'Ayurveda non mi ha dato risposte semplici o protocolli da seguire alla lettera. Mi ha dato qualcosa di più utile: una chiave di lettura. Un modo di osservare il mio corpo con curiosità invece che con frustrazione.
Ho capito che la salute non è uno stato da raggiungere una volta per tutte, ma un equilibrio da cercare ogni giorno, con pazienza, con flessibilità, senza perfezionismo. Ho capito che i piccoli gesti costanti valgono più delle grandi correzioni occasionali. E ho capito che il corpo, quando lo ascoltiamo davvero, sa già moltissimo.
Non serve fare tutto insieme, né stravolgere la propria vita da un giorno all’altro, perché il cambiamento prende forma proprio lì, nei dettagli che si ripetono, nei piccoli rituali che insegnano al corpo una nuova direzione.
E a un certo punto, quasi senza accorgersene, ci si ritrova più vicini a quella sensazione iniziale: sentirsi a casa dentro se stessi.